Dopo oltre trent’anni, la normativa sugli interporti italiani cambia volto. La Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la nuova legge quadro sugli interporti, chiudendo una stagione normativa che risaliva al lontano 1990 e che ormai non rispecchiava più la complessità del sistema logistico moderno.

Questa riforma segna un passo importante: gli interporti vengono riconosciuti come infrastrutture strategiche di interesse nazionale, veri e propri pilastri della catena logistica italiana ed europea. Un riconoscimento che arriva in un momento cruciale, in cui la sostenibilità e l’intermodalità — cioè l’integrazione tra diversi mezzi di trasporto — sono diventati i cardini della competitività economica e ambientale.
Da nodo di scambio a motore della logistica
L’interporto, un tempo visto solo come punto di passaggio tra camion e treni, oggi si trasforma in un centro logistico evoluto: un luogo dove tecnologia, servizi e connessioni efficienti si intrecciano per ridurre i costi di filiera e l’impatto ambientale del trasporto merci.
La legge introduce una nuova definizione chiara e moderna: l’interporto è un “complesso organico di infrastrutture e servizi integrati di rilevanza nazionale, gestito in forma imprenditoriale”.
Tradotto: il modello gestionale diventa a tutti gli effetti privatistico, premiando efficienza, capacità d’investimento e flessibilità operativa.
Una governance più solida
La riforma non si limita alle definizioni. Nasce il Comitato nazionale per l’intermodalità e la logistica, guidato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con il compito di pianificare e coordinare lo sviluppo della rete interportuale italiana.
Entro dodici mesi è previsto anche un Piano generale per l’intermodalità, che fungerà da bussola strategica per orientare le scelte future in tema di trasporti e logistica integrata.
Pianificazione intelligente e sostenibile
Un altro punto chiave riguarda il territorio: la legge introduce criteri precisi per la localizzazione di nuovi interporti e fissa un tetto massimo di trenta strutture in tutta Italia.
L’obiettivo? Evitare la frammentazione e la dispersione di risorse, concentrando gli investimenti su nodi realmente strategici, allineati ai corridoi europei TEN-T.
Non solo pianificazione, ma anche qualità infrastrutturale e ambientale. I nuovi interporti dovranno essere collegati direttamente alla rete ferroviaria, integrarsi con porti o aeroporti e rispettare standard elevati di efficienza energetica. Previsti anche impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili e sistemi certificati di sicurezza.
Investimenti e stabilità
Tra le novità più significative, la possibilità di trasformare il diritto di superficie in piena proprietà: una misura che punta a favorire investimenti a lungo termine, offrendo maggiore stabilità giuridica agli operatori del settore.
Le reazioni del settore
La riforma è stata accolta con entusiasmo dall’Unione Interporti Riuniti. Il presidente Matteo Gasparato ha definito la legge “una base moderna e coerente per rafforzare l’intermodalità italiana”, evidenziando come questo provvedimento rappresenti un passo decisivo per valorizzare il ruolo strategico degli interporti nel sistema logistico nazionale.
Gasparato ha però ricordato che la vera sfida si gioca ora nella fase attuativa: trasformare i principi della legge in risultati concreti, evitando ritardi, duplicazioni e sprechi di risorse.
Un cambio di passo per la logistica italiana
In un mondo sempre più competitivo, dove la logistica è un fattore determinante per l’economia e per le filiere produttive, questa riforma apre una nuova fase per l’Italia.
Il successo dipenderà dalla capacità di mettere a sistema programmazione, investimenti e sinergie tra pubblico e privato.
Una cosa, però, è già certa: l’intermodalità non è più una scelta tecnica, ma una strategia di sviluppo per la mobilità delle merci e per la sostenibilità dell’intero sistema economico del Paese.